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Articoli e Saggi

 

PER UNA STORIA DELLA PIAZZA GRANDE DI PALMANOVA

di ANTONIO MANNO

Saggio scritto in occasione del restauro della Piazza e delle sue statue, terminato nel giugno 1999.

La bellezza delle strade
La forma esagonale e le dimensioni
Funzioni e simboli
Il forum di Palma
Le statue dei provveditori
Bibliografia
Ringraziamenti
Piazza Grande: numerazione delle statue

 
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La bellezza delle strade  (é)

Nella forma della Piazza Grande si possono ancora leggere i segni del conflitto fra istanze civili e militari che, a partire dal 1593 e nel corso del Seicento, hanno condizionato il progetto e la crescita di Palmanova.

Ingegneri e soldati, suggerendo una piazza a nove lati, pensavano a un'area di comando centrale collegata direttamente ai baluardi. Per motivi difensivi, le tre porte lungo la cinta muraria avrebbero dovuto sorgere in prossimità dei bastioni e le strade di accesso non dovevano comunicare direttamente con la piazza. Marcantonio Barbaro, primo provveditore generale di Palma, pur accettando la funzione militare della nuova piazzaforte, faceva improntare il disegno dell'impianto stradale anche alle esigenze civili del luogo. Nella pianta, inoltrata al Senato veneziano il 31 dicembre 1593, si erano già individuati i perni del definitivo assetto urbano palmarino: ingressi posti al centro della cortina, impianto radiale e "piazza grande". Superato uno dei tre ingressi, anziché imbattersi in continui ostacoli come avrebbero richiesto le regole della progettazione militare, si prevedeva invece una "maravigliosa vista". Le facciate degli edifici, allineate in un continuum monumentale, dovevano incanalare l'occhio di chi entrava attraverso una prospettiva il cui punto di vista cadeva sul bastione opposto rispetto al punto d'ingresso.

La città-fortezza di Palma veniva così configurata come luogo di sintesi fra istanze civili e belliche. Il principio della robustezza vitruviana era assicurato dalla solidità dei bastioni, ma l'impianto viario, più che rispondere all'utilità militare, era ispirato a una comoda distribuzione mirante al raggiungimento di una scenografica bellezza.

Il segretario Marin, di ritorno dal cantiere nel febbraio 1594, a coloro che ancora sostenevano una posizione decentrata delle porte, rispondeva che, in tale evenienza, "non vi saria nell'entrare la belezza della drittura della strada, che risponde da ogni porta alla piaza grande, et anco sino da l'altro capo della città, che farà maravigliosa vista a chi vi entrerà, et è conforme anco al dissegno per inanti mandato da Sua Eccellenza (Marcantonio Barbaro) a Vostra Serenità et laudato da tutto l'Eccellentissimo Senato".

 

La forma esagonale e le dimensioni (é)

Assumendo il numero massimo di tre porte e stabilito il criterio di un loro collegamento viario diretto con il bastione opposto, al centro della città non potevano che confluire sei vie. Di qui la decisione di una piazza esagonale, i cui lati, assimilabili a lunghi fondali teatrali, vengono interrotti da assi stradali con funzione di cono ottico. La straordinaria ampiezza della piazza - con un diametro di 100 passi, pari a 173 metri - non discende solamente dalla presenza dell'enorme forte pentagonale in terra battuta - innalzato per difendere il cantiere e già demolito nel 1600 -, ma anche dalla necessità di tenere gli edifici circostanti a distanza di sicurezza dallo spazio centrale, adibito a campo di Marte. Tali caratteristiche dimensionali, associate alle funzioni civili e militari definite nel corso del Seicento, fanno della piazza di Palmanova un caso unico e non comparabile con nessuna delle piazze di Terraferma erette dalla repubblica di Venezia durante il suo lungo dominio. Le piazzeforti di Nicosia e Valona - entrambe situate nello Stato da Mar - sono invece gli unici due esempi sui quali si potrebbe aprire un utile e fondato raffronto con l'impianto palmarino.

 

Funzioni e simboli (é)

La crescita della piazza e dei suoi decori nel corso dei secoli, pur non avendo mai seguito un piano preordinato, è stata sempre determinata da esigenze politiche il cui duplice scopo era quello di esaltare una piazzaforte cruciale del sistema difensivo veneziano e di rafforzare i legami fra stato e cittadinanza locale. La prima istanza che ha mosso i fondatori della città nel dar forma alla piazza è stata tuttavia di carattere militare. Là, dove ora si apre un enorme vuoto, unico sotto il profilo urbanistico, sorgeva un forte pentagonale in terra battuta, eretto per difendere il cantiere da improvvise incursioni nemiche. La costruzione è stata poi smantellata per far posto alla piazza ma, anziché restringere il perimetro lungo il quale innalzare i nuovi edifici, si decideva di creare, nel cuore del nuovo avamposto difensivo, una vasta area per le esercitazioni militari o Campo di Marte. Tutti gli interventi successivi, realizzati per rendere più comoda la vita dei palmarini o per esaltare i provveditori e il governo centrale, sono stati condizionati dal carattere marziale del luogo. Il pozzo e il pennone, posti al centro, parlavano chiaramente: l’acqua, da intendere come allegoria della vita civile, veniva donata dalla repubblica il cui vessillo, originariamente sormontato da una croce, sventolava per truppe e cittadini. Il pozzo, in pietra d'Istria e con funzione di basamento del pennone, si articola in tre eleganti aperture a nicchia, rivolte verso i borghi. L'ideatore, il provveditore Giovanni Pasqualigo (1610-11), definendo l'opera di "grandissimo ornamento", spiegava che lo "stendardo essendo (…) piantato nel centro della piazza viene scoperto da un capo all'altro da tutte le strade della fortezza et rende nobilissima prospettiva; onde è stimata da ognuno inventione et opera molto degna". Nella singolare "macchina" si saldavano così l'utilità pubblica e la centralità del governo veneziano, la cui presenza era attestata dal vessillo sul quale campeggiava il leone marciano. Se nelle intenzioni di Marcantonio Barbaro, fondatore della città, la piazza si dava come luogo di attraversamento scandito prospetticamente dai suoi tre assi viari, con il Pasqualigo l'assetto della piazza tornava a rispecchiare l'impianto centrale della città, il cui unico centro visivo - il pennone - coincideva con quello geometrico.

Il tempio palmarino, il pennone e il palazzo generalizio, ora sede del Municipio, sono stati localizzati lungo il principale asse viario, dal quale entravano i nuovi provveditori. La porta di accesso, ora Aquileia, era chiamata Marittima che significava Porta da Mar, vale a dire ingresso per i veneziani e per tutti coloro che venivano dal mare. La "roia" o canaletta d’acqua, che un tempo correva attorno alla piazza, oltre a dotare la città di un avanzato impianto tecnologico, separava l’area di pertinenza degli edifici dal vero e proprio Campo di Marte.

Nel duomo, stato e città si trovavano inoltre uniti nella religione. Provenendo dalla porta Marittima, lo sguardo di chi entrava nella piazza, dopo aver percepito la vastità del sito, trovava la sua meta naturale nella facciata della chiesa, iniziata nel 1599. La repubblica, che in Palma vedeva una nuova Aquileia - come attestano i carteggi di uno dei suoi ideatori, Giulio Savorgnan - mostrava pubblicamente le valenze politiche e religiose della nuova fortezza in chiave antiturca e antiasburgica. Le tre statue entro nicchia del duomo raffigurano Cristo Redentore (1683) - protettore contro la peste e icona di una città cristianissima -, san Marco (1693) - patrono della Repubblica - e santa Giustina (1693), nella cui festività - 7 ottobre - ricorrevano la vittoria di Lepanto e la nascita di Palma. Le statue sono sormontate da un leone marciano entro clipeo - copia ottocentesca di un originale già attestato nel Settecento -, segno trionfale delle origini apostoliche di Venezia.

Tangente all'asse viario della Marittima, oltre al duomo veniva eretto anche il palazzo del provveditore generale, o palazzo generalizio (1598), situato a sinistra di chi entra in piazza e ora sede del Comune. L'opposizione fra i due principali edifici di Palma non è da sottovalutare: agli ornamenti del luogo della fede rispondeva l'austera semplicità architettonica della sede del buon governo. Un discorso programmatico enunciato, non a caso, lungo la direzione d'ingresso di chi proveniva da Venezia.

I primi stravolgimenti dell’antico impianto generale della piazza iniziano con la caduta della repubblica. L'idea di una via anulare sembra configurarsi durante la dominazione francese. In una pianta del 1843, eseguita dal Genio militare austriaco, l'anello stradale è già affiancato da un'ampia cordonatura o marciapiede, interrotto, su ogni lato e in prosecuzione delle sei strade d'accesso, da un'apertura verso l'interno. Con il nuovo percorso ad anello, il traffico - prima completamente libero - veniva incanalato in un tragitto a rondeau per regolamentare e distribuire i flussi in entrata e uscita. Interrando la roggia, ancora visibile in un disegno del 1882, si cancellava il segno di demarcazione fra area civile e militare. Con il doppio filare di ligustri, forse introdotti durante la seconda metà dell'Ottocento, si creava una passeggiata alberata parallela alla strada, ispirandosi ai boulevards parigini, ma sopprimendo le aperture prospettiche ideate fin dal Cinquecento, attenuando l'impatto con l'enorme vuoto esagonale, celando parzialmente tutte le quinte edilizie e, in particolare, quelle del duomo e del palazzo generalizio. La crescita diseguale delle chiome alberate ha inoltre introdotto un elemento di forte e non prevista irregolarità volumetrica, soprattutto lungo il versante nord-orientale, dove le piante hanno avuto un minore sviluppo. Infine, introducendo una serie di viali, affiancati da lampioni e convergenti verso il pozzo centrale, si rimuoveva del tutto il ricordo dell’originario Campo di Marte.

In pieno regime fascista, nonostante il recupero dell’area di pertinenza militare, sono state compiute le modificazioni più laceranti. Verso il 1934, l’ideologia del progresso faceva il suo ingresso trionfale a Palmanova: per esaltare il flusso del traffico - simbolo della velocità e del moderno - la nuova sede stradale veniva decorata, a modello dei fori imperiali romani, spostando e ruotando le statue e le due colonne dalla loro sede originaria e sottraendole allo sguardo ravvicinato e lento dei passanti che circolavano di fianco agli edifici della piazza.

 

Il forum di Palma (é)

La Piazza Grande, la cui funzione principale era quella di Campo di Marte, cominciò a popolarsi - come un pantheon laico - con le figure dei suoi più virtuosi condottieri. Il modello proposto deriva sicuramente dall’arte classica e sembra ispirato alle descrizioni vitruviane del forum romano. L'epigrafe latina incisa sul piedistallo della colonna che regge la statua dell'arcangelo Michele sembra confermare tale ipotesi. Palmanova e la sua piazza vengono infatti esaltate come Foro Julio. Non poche decorazioni, come festoni, trofei di guerra e gli stessi elmi all’antica dei provveditori, testimoniano a favore di una continuità di fondo, civica e marziale, in figurazioni realizzate in periodi diversi. Tutti i personaggi, rivolgendosi con sguardo assorto verso il centro della piazza, dove sorgeva il simbolo dell’alleanza fra città e governo, indicavano all’osservatore l’oggetto dei propri pensieri.

Si ritiene che le statue siano state realizzate dalla comunità e dalle milizie palmarine come segno di riconoscenza a particolari individui, distintisi per fermezza, generosità ed equità. Non è da escludere tuttavia l’interessamento diretto da parte dei singoli provveditori. L’uso dell’arte come strumento di propaganda era così radicato nella nobiltà veneziana che si stenta a credere a un’iniziativa locale, libera dal controllo di un’autorità centrale. Altrettanto improbabile è il voler ritenere - anche se non si ha alcuna notizia di un vero e proprio progetto - che statue, piedistalli e colonne siano sorte casualmente, senza un’idea d’insieme.

Le due colonne, situate di fianco al palazzo generalizio, sono state collocate lungo il principale asse viario della città. Evidentemente, fin dall’inizio, lungo la strada Marittima si intendeva realizzare lo stesso scenario della Piazzetta veneziana di San Marco, dominato dai due noti monumenti dedicati ai patroni della Serenissima. L'evocazione del luogo marciano, intrisa di palesi riferimenti politici, era stata già riproposta anche a Udine, sede della Luogotenenza del Friuli. In una delle due colonne della piazza Contarena, realizzata da Melchisedech Longhena nel 1612, si trova la statua della Giustizia, attribuita a Girolamo Paleari, mentre nell'altra è situato il leone della repubblica, risalente al 1539. L'associazione di Venezia all'allegoria della Giustizia era un topos dell'iconografia di stato tuttavia, a Palmanova, le statue poste sulle due colonne - i cui originali sono ora conservati nel Civico Museo Storico - non possono ricondurre allo stesso tema. Se in una di esse la figura cinquecentesca dell'arcangelo Michele può essere assimilata all'idea della giustizia divina, nell'altra - di fattura seicentesca - sorgono non pochi dubbi sulle identificazioni finora avanzate. Sia l'ipotesi di un arcangelo Gabriele che quella di un genio della Giustizia sollevano perplessità rispetto agli attributi della figura - mazza, spada con leone seduto nell'elsa e avvolta da un arbusto con foglie lanceolate - e alle relazioni simboliche rispetto alla statua di Michele. La diversa datazione dei due manufatti - desumibile per via stilistica - non semplifica di certo l'interpretazione. Va inoltre ricordato che i due angeli erano un tempo rivolti verso il centro della piazza e le rispettive colonne erano situate all'imbocco del Borgo Marittimo.

Le datazioni poste nei piedistalli aiutano invece a ricostruire la complessa vicenda delle statue dei provveditori. L'epigrafe della colonna (A) con la statua del presunto Gabriele, nella quale si celebrano le virtù del provveditore Giovanni Barbarigo, riporta la data del 1643 mentre l'altra iscrizione, datata 19 novembre 1628 e incisa sul piedistallo con la statua di Michele (B), elogia il provveditore Giulio Giustinian (1626-28) - definito "pio padre delle milizie" - e giocando con le affinità fra i nomi Giulio, Foro Julio e Giulio Cesare, glorifica Palmanova fra le maggiori città governate da Venezia, come Verona e Padova. Pur in mancanza di prove documentarie, sembra ragionevole presumere che tale colonna fosse collocata nella sua sede originaria poco prima di tale data e che pertanto, a partire da quel periodo, i responsabili di Palmanova avessero stabilito di dare inizio a quei lavori che, in un lungo arco di tempo, avrebbero conferito all'insieme della piazza il suo necessario decoro vitruviano. Non si deve pensare a un piano prestabilito - le carte d'archivio finora non hanno fatto trapelare neppure il minimo indizio in tal senso - quanto ad un'idea ispiratrice, quella del decor classico, attorno alla quale sono ruotate le iniziative di numerosi governanti. Prescindendo dagli edifici pubblici, l'abbellimento della Piazza Grande è avvenuto in almeno quattro fasi: la costruzione del pozzo e del pennone centrali (1611); l'erezione delle due colonne con gli arcangeli (1628-43); la realizzazione dell'obelisco (1654), dei piedistalli e delle statue dei provveditori (1628-86) e, infine, il completamento della facciata del duomo con le sue statue (1683-93). Si ritiene che l’obelisco - nella cui epigrafe si declama il provveditore Alvise Priuli (1652-54) come uomo "nato alla porpora e al comando", religioso, clemente, pietoso e giusto - fosse collocato di fronte al Duomo e rivestito in foglia d’oro, ma questa presunta dislocazione era già mutata a metà Settecento, come dimostra un’incisione di Marco Sebastiano Giampiccoli (1706-1782), pubblicata per iniziativa del provveditore Alvise Mocenigo (1735-43). L’unica prova di una sua precedente localizzazione è data da una fotografia di inizio secolo che lo mostra di fronte al Monumento ai Caduti. Poiché uno dei tre lati è privo di iscrizioni, si può supporre che il monumento sia stato realizzato per essere collocato a ridosso di una quinta architettonica e con gli altri due lati rivolti verso il passante.

Una conferma che le rappresentazioni scultoree dei provveditori siano comparse non prima del 1628 è data dalla posizione della prima statua (n. 1), dedicata al fondatore di Palmanova che, anziché comparire sulla via principale di accesso alla fortezza, è stata collocata all'imbocco di un asse stradale secondario. Considerando inoltre che le statue più antiche si trovano in prossimità di quella del Barbaro (n. 1), si può presumere l'intenzione di una loro dislocazione in senso orario. I primi due basamenti (nn. 1 e 2), architettonicamente identici, sembrano inoltre suggerire una progressione per coppie. Infatti, anche se i restanti piedistalli sono dissimili, ad un’osservazione più attenta, ci si accorge che, salvo un’eccezione (n. 5), quelli che si affacciano sulla stessa via mantengono una struttura architettonica analoga, sia pure dissimulata da decorazioni difformi.

La stessa mappa delineata nel 1677 da Filippo Verneda - documento grafico di capitale importanza per la storia di Palmanova - non fornisce alcun ausilio per ricostruire le vicende inerenti le statue. Infatti, i segni grafici che sembrerebbero alludere ai piedistalli, ad un attento esame ravvicinato sull'originale, vanno interpretati come siti - la cui natura non è ancora chiara - connessi alla presenza della roggia o canale d'acqua che costeggiava il perimetro della piazza.

 

Le statue dei provveditori (é)

Istituita fin dalla fondazione di Palmanova, la carica di provveditore generale era considerata fra le più prestigiose della repubblica veneziana. I patrizi che riuscivano ad accedervi potevano aspirare, se già non lo possedevano, al titolo di procuratore di San Marco e, di conseguenza, a quello eventuale di doge. Il passaggio di alcuni di loro è ricordato in numerose iscrizioni disseminate nella città, ma solo a pochi venne riservato il privilegio di una raffigurazione artistica. Quasi a voler distinguere coloro che si erano prodigati maggiormente nella sfera religiosa da quelli più attivi in quella militare e civile, si trovano due serie di ritratti: una, accessibile a pochi e composta da dipinti, nella sacrestia del Duomo e, l’altra, sotto forma di undici sculture, nella pubblica piazza. La notizia dell’esistenza di una dodicesima statua, collocata nel Palazzo generalizio fino alla metà dell’Ottocento e raffigurante Girolamo Gradenigo, è accolta solamente da Damiani (1961).

Ancora più intricata e incerta risulta l’identificazione dei personaggi raffigurati. In seguito a una decisione del Senato veneziano, presa il 15 dicembre 1691 per impedire il culto della personalità di singoli funzionari della repubblica, le iscrizioni e gli stemmi scolpiti sui piedistalli vennero cancellati. Il provveditore Domenico Bragadin, in data 12 marzo 1692, nel comunicare l'avvenuta cancellazione, precisava che piedistalli e statue non erano stati rimossi per mancanza di fondi nelle casse palmarine. L'unica epigrafe di cui si conosce il testo, riprodotto in un manoscritto di famiglia, è quella dedicata al provveditore Giovanni Sagredo, in data 1660.

Il primo studioso che affrontò l'identificazione delle statue fu Lucio Rosenfeld (1888) che tuttavia non documentò le sue supposizioni. Dopo di lui, altri storici locali si sono cimentati con il problema, formulando ipotesi dissimili e spesso prive di qualsiasi prova. I nomi avanzati dal Rosenfeld sono stati parzialmente rettificati da Piero Damiani (1961, 1965, 1969). Le sue identificazioni non sempre coincidono con i nomi riportati sulle targhe fatte applicare dal Comune sui piedistalli all’inizio degli anni Settanta. Alceste Ferrante (1976, vol. 24, pp. 1-7) ha invece riproposto la vecchia elencazione del Rosenfeld, mentre Francesco Garbari (1993) ha giustamente messo in dubbio gran parte delle identificazioni e, avanzando preziose rettifiche, si è cimentato con il difficile problema delle datazioni e delle attribuzioni. Le vecchie targhe, rimosse con gli interventi di restauro del 1999, non erano sempre attendibili. Attualmente si può dare per certa l’identità di quattro statue mentre, di un quinto provveditore, si conosce il nome ma non l'effigie. Partendo da tali certezze e grazie a un gioco di incastri e deduzioni, tutte le statue possono essere datate con maggiore attendibilità.

La prima statua (n. 1), raffigurante Marcantonio Barbaro - in carica dal 1593 al 1594 - è stata realizzata fra il 1628, data dell'epigrafe posta nel piedistallo della colonna con la statua dell'arcangelo Michele (B) e il 1648-51, anno in cui venne realizzata la statua del provveditore Girolamo Dolfin (n. 4). Il Barbaro (1518-95), noto per la sua villa di Maser, presso Treviso, nella quale lavorarono Palladio e Veronese, fu bailo (ambasciatore) a Costantinopoli durante la crisi di Cipro e Lepanto. Nel 1574 ottenne la carica di procuratore di San Marco e di commissario ai confini del Friuli. Nel 1593 fu il primo provveditore generale di Palmanova, nonché suo fondatore. La sua armatura si avvicina a quella del "soldato armato" raffigurato nel 1598 da Cesare Vecellio con gli schinieri o gambali, dotati di ginocchiello e stincaletto e adoperati per proteggersi dai tiri da lontano degli archibugieri. Unico personaggio in barba e baffi, secondo la moda del Cinquecento.

Ogni elemento angolare del piedistallo sul quale è posata la statua è composto da una grande voluta ionica sormontata da una punta a diamante e da un’ampia gola rovescia, troncata nella parte superiore. L’elemento, per forme e linguaggio, rammenta le sperimentazioni strutturali o decorative attuate dal Longhena a Venezia nella cupola della Basilica della Salute (1631) e, in particolare, nel Monumento funebre a Bartolomeo Orsino, in Santo Stefano (1629-33). Non è da escludere - e ciò comporterebbe una restrizione dell'arco temporale entro il quale situare la realizzazione della statua - che i due piedistalli siano stati realizzati su disegno dello stesso architetto, presente a Palmanova nel gennaio del 1634, per un sopralluogo al Duomo.

La seconda identificazione certa è quella del provveditore Girolamo Dolfin (1648-51), riconoscibile dai tre delfini che ne ornano il piedistallo e allusivi all'arma di famiglia (n. 4). Lo stemma della casata veneziana appare anche in un rilievo dell'antico Monte di Pietà, al civico n. 25. L'identità del Dolfin è confermata anche da un suo ritratto in rilievo, sinora mai notato e rinvenibile in una lapide attualmente conservata nell'edificio della Loggia, in Piazza. Egli fece costruire il nuovo organo e il palco della cantoria del duomo. Il personaggio indossa un vistoso "bavaro"- presente nelle statue n. 5, 9 e 11 - diffuso anche tra la nobiltà friulana, come attestano la Sacra Famiglia di Antonio Carneo (1667), conservata nel Museo Civico di Udine, e alcuni ritratti di gentiluomini conservati nella villa di Ottellio di Butrio - dello stesso artista - e presso la collezione Morelli de Rossi, a Udine, di Benedetto Mangilli (1665). Il piedistallo che sorregge la statua del Dolfin, l’unico a base triangolare, presenta un doppio dado, in conformità a quello precedente. Nel dado inferiore emergono pseudo-cariatidi sotto le spoglie di sirene o tritonesse con l’ovvio intento di conferire al monumento un aspetto marinaresco, in omaggio a Venezia e al casato del provveditore.

Il terzo personaggio certo è Leonardo Donà (1682-84), identificabile per le tre rosette (n. 10), delle quali due situate al centro di piccoli scudi e segno inequivocabile dell’arma dei Donà dalle Rose. Il provveditore, ricordato in un’epigrafe situata sulla facciata del Duomo e datata 1683, è ritratto, come il n. 7, in ungherina, un capo di vestiario già presente nella moda di metà secolo. Nel piedistallo si ripropongono gli scalini quadrangolari. La tipologia del dado è analoga a quella del n. 7, ma le volute sono più eleganti. Le decorazioni poste sullo specchio anteriore, in bassorilievo, raffigurano una panoplia con due bracciali dotati di cubitiera, secondo l’uso antico. Sulle pseudo-lesene laterali si trovano altre panoplie raffiguranti una corazza leggera - il saione degli antichi greci - e spade incrociate dalla lama ricurva, probabile allusione a trofei "turcheschi".

La quarta identificazione riguarda Girolamo Renier (1684-86), spesso scambiato per Vincenzo Da Mula (n. 11). Dettagli fisionomici come sopracciglia e mento, i baffi appena accennati, la vistosa parrucca - detta en crinière o in folio - e il rabat o "bavaro" con merletti rimandano al ritratto dello stesso personaggio, conservato nella sacrestia del Duomo di Palmanova. Egli indossa delle anacronistiche braghe strette, dette all’italiana, di moda fino a metà Seicento. Nella relazione, letta in Senato nel 1686, il Renier riferiva di aver ripristinato il tasso del 5% nel locale Monte di Pietà, di aver migliorato l’amministrazione delle confraternite e di aver restaurato le opere difensive e l’acquedotto della città.

Come già accennato, una testimonianza manoscritta consente di individuare un quinto provveditore, Giovanni Sagredo, in carica dal 1659 al 1660. L'identificazione della sua statua, che in questa sede si avanza con riserva, è possibile ragionando per via deduttiva e avvalendosi di alcuni documenti d'archivio. In un disegno su pergamena inserito fra due registri della Fraglia degli Osti, conservato presso l’Archivio di Stato di Udine (Congregazioni religiose soppresse, B. 311; Garbari, p. 81), davanti al duomo si distinguono le statue di due provveditori. Il disegno è incluso fra due registri. Il primo, è un libro di cassa con annotazioni dal 1672 al 1732 e il secondo raccoglie le deliberazioni della corporazione dal 1671 al 1762. Poiché la Fraglia degli Osti è stata ufficialmente riconosciuta il 12 aprile 1672, è probabile che il disegno sia stato realizzato fra il 1671 e il 1672. In tal caso, si potrebbe dimostrare che le due statue fossero già in situ nel 1672. Ma va comunque ricordato che gli apparati decorativi delle mariegole non sono sempre coevi alla fondazione delle scuole di devozione o di mestiere e che lo schizzo in questione, alquanto sommario, raffigura la facciata del duomo priva degli ingressi laterali e sormontata da un attico anziché da un timpano. Il disegno dell’Archivio di Stato di Udine, nel quale non figura l'altra statua situata nell'altro lato di Contrada Donato (n. 7), è comunque databile fra il 1671 e il 1686, anno di fine mandato di Girolamo Renier (n. 11). Oltre a questo disegno, ne esiste un altro, meno interessante ma pur sempre prezioso ai fini della documentazione, che rappresenta la piazza in un'ampia panoramica verso il duomo che compare con il suo grande timpano. Lo schizzo, segnalato presso l'Archivio di Stato di Venezia, è stato pubblicato dal Damiani e datato verso la fine del Seicento. Purtroppo, mancando la sua segnatura, non è stato possibile un esame diretto.

Dalle osservazioni fin qui avanzate, si può dedurre che una delle due statue poste dinanzi al duomo sia da identificare con Giovanni Sagredo, la cui epigrafe laudatoria porta la data del 1660. La fattura delle due statue, come pure quella dei piedistalli, alquanto dimessa e arcaica, potrebbe discendere dal desiderio di conformarsi allo stile severo della facciata, le cui parti principali erano già terminate nel 1616. Il piedistallo a destra, per chi guarda la chiesa (n. 6), presenta decorazioni con festoni e foglia di acanto che rinviano a significati allegorici di tipo religioso, mentre l'altro basamento appare privo di ornamenti. Il personaggio raffigurato - con pizzo, mustacchi e braghe strette, dette all’italiana, di moda fino a metà Seicento - è il primo, in ordine temporale, ritratto con la testa girata di lato, ad esprimere attenzione verso il luogo e i suoi abitanti. L'epigrafe del 1660 ricorda il patrizio veneziano per numerose virtù come "eloquenza, sapienza, saggezza nel governare il Friuli (…) religione, equità, prudenza, carità". Non è da escludere - ma è solo un'ipotesi - che sia proprio questa la sua statua (n. 6), sia per le allegorie religiose poste sul piedistallo, sia per il movimento della testa che potrebbe alludere a un gesto di benevolenza o magnanimità.

La datazione delle rimanenti sei statue non può che discendere da quella delle altre cinque. Il tentativo di datare queste sculture esaminandone acconciature, armature e vestiario, senz’altro utile per studiare la moda del tempo, può condurre tuttavia a valutazioni errate e fuorvianti. Le consuetudini veneziane insegnano che, almeno in laguna, lo sviluppo della moda non era così lineare come quello verificatosi nella ristretta e esclusiva corte francese. Se poi, avvalendosi della ritrattistica ufficiale, si esaminano i ritratti di personaggi che hanno ricoperto alte cariche si possono riscontrare palesi anacronismi. Il doge Francesco Morosini (1688-94), in un ritratto conservato presso il Museo Correr e attribuito a Bartolomeo Nazzari, è raffigurato con un’armatura dotata di lunghi e arcaici ginocchiali a crosta di gambero. Il governante o il condottiero potevano vestire alla moderna per dichiarare il proprio spirito innovatore, ma il diffuso sentimento conservatore del patriziato veneziano induceva a mostrarsi spesso con costumi all’antica, non tanto in riferimento ai romani, ma agli avi o ai predecessori più vicini.

La divisa delle statue dei provveditori è quella delle circostanze ufficiali: il mantello scarlatto e il bastone del comando dichiarano l’autorità politica e militare degli ufficiali veneziani. L’elmetto da corazza, simbolo delle virtù degli antichi più che reale vestimento, sostituisce il cappello a larga tesa per ricordare, essendo adagiato a terra, le intenzioni pacifiche del guerriero. L’allusione al buon governo e alla pax civile e militare sembra confermata dalla posizione della spada, quasi del tutto nascosta dal mantello. Tutti i provveditori indossano corsaletti da corazza, riconoscibili dai ginocchiali a lame o a crosta di gambero e tipici della cavalleria "grave", dotata di spada e pistola. Questo tipo di corsaletto si attesta attorno al 1615 e, nelle statue palmarine, si distingue per i ginocchiali o scarselloni, accorciati fino a metà coscia. Le armature dei provveditori sono semplici, analoghe a quelle indossate da dogi e condottieri del Seicento, assai simili a quelle lisce o brunite e prodotte a Brescia per i corpi speciali. Le armature prive di scarselle, ispirate ai criteri di alleggerimento avviati con la guerra dei Trent’anni, sono solamente due (nn. 7, 10). La fascia diagonale, detta banda o sciarpa, che serviva come segno di riconoscimento in battaglia, si fonde con il cinturino porta spada. Le braghe strette, dette all’italiana e di moda fino alla metà del Seicento, sono presenti in statue realizzate in un ampio arco cronologico (nn. 1, 5, 6, 8, 11), esteso dall’inizio alla fine del secolo. Altrettanto si può dire delle braghe leggermente allargate, accompagnate dalla calza a maglia o a guggia (nn. 2, 9). Al contrario, sia per i provveditori con braghe gonfie (nn. 3, 4), già diffuse a metà secolo e da non confondere con la rhingrave, una sorta di gonnellino che veniva indossato sopra le braghe e diffusosi in Francia verso il 1656, sia per i provveditori che indossano una sorta di gonnellino o coietto (nn. 7, 10), già presente a metà Seicento e corrispondente alla parte finale dell’ungherina o ropiglia lunga, si potrebbe pensare a una relativa vicinanza temporale nell’esecuzione.

Fra le statue di Palmanova, la figura di Marcantonio Barbaro (n. 1), fondatore e primo provveditore della città, si distingue dalle restanti per la diversità degli abiti cinquecenteschi. La fisionomia del suo volto, assai più giovane di un uomo di 77 anni quale era all'epoca del suo incarico, rivela i tratti di una rappresentazione idealizzata e postuma. L’abbigliamento della scultura identificata con Giovanni Mocenigo (n. 2) invece non corrisponde alla moda dell’epoca durante la quale il patrizio veneziano esercitò l’alta carica palmarina (1594-96). Lo stivale di cuoio, che sostituisce lo schiniere dell’armatura, richiama consuetudini affermatesi agli inizi del Seicento. Le braghe leggermente allargate, accompagnate dalla calza a maglia o a guggia, rinviano ad un periodo di poco posteriore. Il mento rasato conferma le precedenti osservazioni. La figura richiama un personaggio del Seicento e ciò avvalora ulteriormente la datazione delle sculture, realizzate non prima del 1628. I fatti potrebbero essersi svolti nel modo seguente: attorno al 1628, si decide di commissionare la prima statua di un provveditore in procinto di terminare il proprio mandato con l’intento di realizzarne altre nel corso del tempo. Poiché la serie non poteva aprirsi senza un omaggio al Barbaro, si predispone la prima coppia di piedistalli, aventi la stessa forma (nn. 1 e 2). Le rispettive sculture potrebbero essere state commissionate e forse realizzate nello stesso periodo.

La presunta statua di Girolamo Cappello (n. 3; 1628-48) si distingue per i lunghi capelli arricciati e rigonfi ai lati. La capigliatura apparteneva al soggetto che, probabilmente, voleva ispirarsi alla moda francese. L’eventualità di una parrucca, in voga in Francia fin dal 1626, va qui esclusa poiché il suo uso, a Venezia, venne introdotto per la prima volta nel 1665, per iniziativa di Scipione Vinciguerra di Collalto, tornato da un’ambasciata presso la corte di Francia. Il piedistallo, che si distingue per la pesantezza delle basi e delle cornici e per la ricerca di un aspetto architettonico asciutto e grave, è l’unico che presenta un sedile per lato, quasi a voler sottolineare lo spirito di accoglienza e di generosità del provveditore nei confronti dei palmarini.

Dopo la presunta statua di Giovanni Pasqualigo (n. 5), che segue quella di Girolamo Dolfin (1648-51) e precede quella del presunto Benedetto Tagliapietra (1651-72; ipotesi: Giovanni Sagredo, 1660), segue quella associata arbitrariamente a Giovanni Sagredo I (n. 7; 1672-82). La statua non compare nel disegno racchiuso fra i registri della Fraglia degli Osti, databile al 1672. Il personaggio indossa un busto da cavallarmato e un gonnellino o coietto, foderato con pelliccia, corrispondente alla parte finale dell’ungherina o ropiglia lunga, considerata non elegante, ma comoda per viaggiare a cavallo e già presente nella moda di metà secolo. La vistosa parrucca, detta en crinière o in folio e comparsa verso il 1670, conferma la datazione della statua poiché l’ornamento venne introdotto a Venezia a partire dal 1665. Il personaggio indossa il corsaletto ma è privo, come nella statua n. 10, dei ginocchiali a crosta di gambero. Il piedistallo, la cui struttura presenta analogie con quello posto sull'altro lato della strada (n. 6), si differenzia da questo per numerosi particolari, fra i quali le due pseudo-lesene trasformate in volute semplificate e sopra le quali sono scolpiti un elmo e uno scudo antichi e, sul l’altro lato, un tamburo e due trombe, allegorie della fama e della gloria militari.

Segue il presunto Antonio Grimani (n. 8; 1672-82). Il personaggio indossa le braghe strette, dette all’italiana, di moda fino a metà Seicento. Sul suo elmo è scolpito un mascherone, in riferimento all’arte militare antica. Ricompaiono gli scalini a pianta ottagonale, già presenti nei primi due piedistalli e si opta, ma non alla lettera, per una pulizia formale analoga a quella di uno dei due piedistalli (n. 5) situati di fronte al Duomo.

Il supposto Francesco Grimani (n. 9; 1672-82) indossa delle braghe anacronistiche, leggermente allargate e accompagnate dalla calza a maglia o a guggia. Il personaggio guarda di lato, come la statua n. 6. Il piedistallo è l’unico con scalini e dado a pianta esagonale. La figura geometrica, replicata con insistenza anche nelle basi di raccordo con la statua, ripropone la forma della Piazza Grande, forse nell’intento di dichiarare un’ideale coincidenza vitruviana fra macro e microcosmo, fra forum - quale immagine di uno stato ordinato - e provveditore, rappresentante della repubblica veneziana.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, l'esame stilistico delle statue fornisce persino minori certezze e, in mancanza di nuovi documenti d'archivio e di uno studio sistematico e esauriente sulla scultura veneziana e friulana del Seicento, consente di formulare solamente delle modeste ipotesi di carattere attribuzionistico.

Le statue di Marcantonio Barbaro e del supposto Giovanni Mocenigo (nn. 1 e 2), le prime in ordine di tempo secondo l'ipotesi più sopra avanzata (1628-48), sembrano eseguite dalla stessa mano che, nel panneggio dei mantelli, ripropone un modellato semplice, a tratti risolto in modo compendiario e caratterizzato da linee direttrici convergenti sul petto del personaggio. Grazie alla miglior lettura consentita dalla recente pulitura, nei tratti del volto del Barbaro, non privi di schematismi costruttivi, si ravvisano non poche analogie con quello di Daniele Antonini, il cui busto è stato realizzato dal friulano di origine lombarda Girolamo Paleari o Paleario e conservato nei Musei Civici di Udine (1618). Va altresì rilevato come la tipologia della capigliatura presente nella figura del Mocenigo richiami quella di Bernardo Zaccaria, il cui busto, scolpito a Marano Lagunare da uno scultore anonimo verso il 1673, costituisce una prova ulteriore degli anacronismi della moda in ambiente veneto. Anche se non è possibile assegnare con sicurezza la paternità delle prime due statue dei provveditori palmarini, si può sostenere che la loro esecuzione sia da ricercare in ambito locale. Se nel corso del Seicento l'influenza degli scultori veneziani si fece sentire in tutto il Friuli, non va dimenticato che, agli inizi del secolo, si annoverava una schiera numerosa di intagliatori e doratori locali.

Le due statue successive (nn. 3 e 4), sia pure di autori diversi, si presentano invece più fluide sia nel modellato che nella postura, si evidenziano per il maggior naturalismo e per una evidente ricerca contrappuntistica nelle pose e nel gioco fra concavo e convesso delle pieghe. I vestimenti delle due figure ritornano con forti analogie in una statua più tarda, raffigurante Almerigo d'Este (1666) e conservata nella chiesa veneziana dei Frari.

Le statue che fiancheggiano la facciata del duomo (nn. 5 e 6), realizzate entrambe da uno stesso artista locale (1651-72), presentano forti analogie sia nei dettagli decorativi delle armature e degli elmi sia nel modo di risolvere le increspature del panneggio e il punto di incontro, stretto e arrotondato, di alcune pieghe. Per le medesime ragioni, la statua n. 8 va ricondotta nello stesso ambito artistico, sia pure con una datazione di poco posteriore (1682-84).

La statua n. 7 (1672-82) introduce a Palmanova la retorica e la spettacolarità barocche, sicuramente mediate da modelli usciti dalla bottega del Le Court, presente a Venezia a partire dal 1663 e scomparso verso il 1680.

La figura del presunto Francesco Grimani (n. 9; 1672-82) si ispira, per pose e modi di vestire, alle statue n. 3 e 4, pur presentando una maggiore accentuazione nel movimento rotatorio della testa. Il desiderio del committente di rifarsi a modelli precedenti è confermato - al contrario della statua n. 7 - anche dal rigoroso rispetto del divieto governativo di indossare la parrucca. Lo stesso modo di vestire si riscontra nella statua funebre di Caterino Cornaro (1674), attribuita al Le Court e conservata nella basilica del Santo, a Padova.

La figura di Leonardo Donà (n. 10; 1682-84) riporta di nuovo alla ribalta il gusto barocco rivelando una conoscenza, sia pure indiretta, dei modi berniniani e, in particolare, nella resa dei panneggi, animati da una forte brezza. L'anatomia delle mani, come pure i tessuti fluenti e ariosi, a tratti rovesciati su se stessi, richiamano la maniera di Tommaso Ruer - attivo fra il 1670 e il 1696 - e di Francesco Ongaro (1644 circa - 1684) rinvenibile nelle due statue di angeli, provenienti dalla chiesa di San Giacomo, alla Giudecca, e ora nella parrocchiale di Murlis di Loppola.

La statua di Girolamo Renier (n. 11; 1684-86), ben risolta nei dettagli decorativi e caratterizzata da una vistosa parrucca, lascia di nuovo trapelare una mano locale, ammaestrata dai modelli precedenti di ispirazione veneziana, ma di nuovo irrigidita nell'anatomia e nella resa dei panneggi.

 

 


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RINGRAZIAMENTI RINGRAZIAMENTI (é)

Si ringraziano, per il continuo incoraggiamento, Fernando Venturini e, per il prezioso aiuto, le dottoresse Gabriella Del Frate, del Comune di Palmanova, e Roberta Corbellini, dell'Archivio di Stato di Udine.

 


PIAZZA GRANDE (é)

Numerazione delle statue

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A : Colonna dell’arcangelo Gabriele (?) (Epigrafe: 1643)

B : Colonna dell’arcangelo Michele (Epigrafe: 1628)

C : Obelisco Alvise Priuli (1654)

1 : Marcantonio BARBARO (1628-48; ipotesi: 1634)

2 : Giovanni MOCENIGO (?) (1628-48)

3 : Girolamo CAPPELLO (?) (1628-48)

4 : Girolamo DOLFIN (1648-51)

5 : Giovanni PASQUALIGO (?) (1651-72)

6 : Benedetto TAGLIAPIETRA (?) (1651-72) (ipotesi: Giovanni Sagredo, 1660)

7 : Giovanni Sagredo I (?) (1672-82 )

8 : Antonio GRIMANI (?) (1672-82 )

9 : Francesco GRIMANI (?) (1672-82)

10: Leonardo DONÀ (1682-84)

11: Girolamo RENIER (1684-86)

 

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